Casi e Pubblicazioni legali

Consenso Informato e Danno Risarcibile

G. CHIARINI, Il medico (ir)responsabile e il paziente (dis)informato. Note in tema di danno risarcibile per intervento terapeutico eseguito in difetto di consenso, in Giurisprudenza italiana, 2011, 4, 818.

L'autore commenta la sentenza di Cass. III, 9 febbraio 2010, n. 2847, che è intervenuta nell’articolato panorama giurisprudenziale della responsabilità medico-sanitaria, delineando interessanti regole di giudizio in tema di danno conseguente a un intervento terapeutico effettuato — pur secondo le leges artis — in mancanza del c.d. “consenso informato”.

In sostanza, la Cassazione scevera il diritto alla salute da quello all’autodeterminazione del paziente, e individua il presupposto della risarcibilità del pregiudizio conseguente alla lesione del primo (diritto alla salute) nell’accertamento che l’intervento sarebbe stato rifiutato se il paziente stesso — sul quale grava il relativo onere probatorio — fosse stato adeguatamente informato dei possibili rischi e posto, quindi, in condizione di esprimere un valido consenso.

La violazione del secondo (diritto all’autodeterminazione), invece, potrebbe dar luogo a risarcimento nel caso in cui le conseguenze dannose di natura non patrimoniale — costituite non solo dal turbamento e dalla sofferenza patiti, ma anche dagli ipotetici «pregiudizi che il paziente avrebbe alternativamente preferito sopportare nell’ambito di scelte che solo a lui è dato di compiere» — siano di apprezzabile gravità.

Viene così esplicitamente contraddetto l’orientamento, sinora largamente incontestato, a mente del quale «la responsabilità del sanitario (e, di riflesso, della struttura per cui egli agisce) per violazione dell’obbligo del consenso informato discende dalla tenuta della condotta omissiva di adempimento dell’obbligo di informazione circa le prevedibili conseguenze del trattamento cui il paziente venga sottoposto e dalla successiva verificazione, in conseguenza dell’esecuzione del trattamento stesso, e, quindi, in forza di un nesso di causalità con essa, di un aggravamento delle condizioni di salute del paziente», con la conseguenza che il danno costituito dal peggioramento della salute e dell’integrità fisica del paziente andrebbe integralmente risarcito a prescindere dalla constatazione che il trattamento sia stato effettuato correttamente oppure no.

La chiave di volta di siffatto revirement viene individuata nella ponderazione del collegamento eziologico tra la condotta (omissiva, per difetto di informazione) del sanitario e le conseguenze pregiudizievoli che possano dirsi da essa derivate, profilo che — ritiene la pronuncia in commento — non risulterebbe sino ad oggi «scrutinato ex professo».

La sentenza, di sicuro interesse per la portata innovativa dei principi enucleati, si caratterizza per l’intento dichiaratamente ricostruttivo — in chiave quasi didattica — dell’argomento in parola. Residuano, nondimeno, talune perplessità giacché, come si tenta di illustrare nel commento, la soluzione cui la Corte perviene non sembra conciliare in maniera del tutto convincente la tassativa dicotomia salute-autodeterminazione, su cui si fonda il percorso argomentativo tracciato, con la pur affermata consapevolezza dell’unitarietà del rapporto medico-paziente.